SDA - Ritratto d'avvocato Luigi Righetti

84 DICEMBRE 2022 Elena Righetti Il pensiero di Luigi Righetti, mio padre, è raccolto e trova espressione diretta e inequi- voca nei numerosi scritti che ho trovato nell’armadio del suo studio, in Corso Cavour, raccolti in decine e decine di cartelline di cartoncino verde, raggruppate per argomenti. A tali scritti ?arò ri?erimento testuale, liberandomi così dal timore di dare del suo pensiero, oggi, un’interpretazione sbagliata, a causa dell’a??etto fliale. È lui stesso che ancora oggi parla, attraverso i suoi scritti. Alcuni trattano argomenti di cultura generale, segno della sua ?ormazione umanistica degli anni ma??eiani, concretizzatasi, in età adulta, anche nell’entusiasmo con cui si è occupato della casa editrice Neri Pozza. Altri a??rontano temi di storia, numerosi di storia veronese. Sono l’espressione dell’a- more per la sua città, che si è tradotto nella continua, ?attiva e disinteressata dispo- nibilità ad occuparsi delle vicende e dei problemi di Verona; sono anche il ?rutto dei suoi studi e delle sue ricerche, che hanno trovato riscontro nella partecipazione, quale socio o quale consigliere, alla vita, per esempio, dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere, della Fondazione Masi e dell’Accademia Cignaroli e di cui è testimonianza la sua collezione di libri antichi. Tra gli scritti di argomento giuridico, la maggior parte si occupa di argomenti specifci, soprattutto di materia urbanistica, alla quale ha dedicato molte energie fn dall’epoca della prima legislazione veneta, alla cui elaborazione ha ?attivamente contribuito. Tra tutti gli scritti, quelli per me più signifcativi concernono il tema dell’avvocatura. Mio padre prendeva senza indugio carta e penna ogni volta che la ?unzione e la di- gnità dell’avvocato erano negate o sottovalutate; scriveva sia a chi aveva espresso opinioni secondo lui sbagliate, sia a chi rivestiva un ruolo istituzionale e come tale era in grado di spiegare e chiarire al mondo che l’avvocatura riveste un ruolo essen- ziale nella società e che l’avvocato non è quello che i bontemponi o i qualunquisti ritengono. Quando il ruolo dell’avvocatura veniva messo in discussione, non esitava ad esternare i suoi sentimenti, atteggiamento per lui, assai riservato, inusuale; non esitava neppure ad usare toni ?orti, modalità, per tutto il resto, del tutto estranea al suo carattere. Reagiva ai luoghi comuni, pur rimanendo attaccato ad una visione concreta, e non idealizzata, dell’avvocatura. A chi, più o meno scherzando, sosteneva che incomprensioni, divisioni, rancori ?amilia- ri e con i vicini sarebbero stati “gioia e vita per gli avvocati”, rispondeva di non aver mai provato “ gioia ” per una nuova pratica, così come – ne era certo – non l’aveva provata la stragrande maggioranza dei pro?essionisti nell’entrare in contatto con i problemi degli altri. Rivendicava l’indipendenza dell’avvocato nei con?ronti del cliente; si ribellava alla presentazione dell’avvocato “contiguo” con il suo assistito, quasi suo complice. Il pe- riodo di tangentopoli gli ha dato ampio spunto per criticare “ certa stampa” che iden-

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